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6 Claudio MARCATO
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Claudio Marcato

Sono nato il 19 gennaio 1963 a Torino, città alla quale sono molto legato. Ho conseguito il diploma di scuola superiore all'istituto Leonardo Murialdo, presso il Collegio "Artigianelli", gestito dai padri giuseppini. Il tipo di scuola e gli insegnanti che ho avuto la fortuna di avere hanno decisamente lasciato qualcosa di prezioso nel mio carattere, insegnadomi concetti come moralità, senso del dovere e responsabilità. Era una scuola dura, che ha contribuito a fare di noi, che l'abbiamo frequentata, degli individui forse d'altri tempi, ma comunque disciplinati, pratici e "pensanti".
Terminati gli studi, ho vissuto credo l'anno più spensierato della mia vita, in attesa della chiamata alle armi. L'ho trascorso su e giù per le montagne, in tenda, partendo all'improvviso con gli amici di sempre e tornando chissà quando, senza particolari programmi, solo seguendo gli itinerari su una carta. Vado in montagna da quando avevo 13 anni (ancora oggi sono accompagnatore escursionistico della F.I.E.). Poi, una cartolina azzurra: Claudio Marcato parte, come tutti, per adempiere ai suoi obblighi di leva: "trasmissioni per truppe da montagna", è il 5 settembre 1984
So bene che a molti potrà sembrare strano, ma a me la vita militare non dispiaceva; molte regole ferree, però uguali per tutti; inoltre, avendo studiato in un collegio, tutta quella disciplina non mi pesava, e forse il rancio (tranne qualche spiacevole eccezione!) era anche meglio di quello scolastico. Così, quasi al termine della leva, vedendo che tutti i miei amici erano ancora disoccupati, ritenni naturale chiedere di raffermarmi perché pur sempre di un lavoro si trattava. Ma raffermarsi non era una cosa "automatica", come molti erroneamente credono: si doveva superare un concorso interno alla Scuola Sottufficiali dell'Esercito, a Viterbo. Fummo mandati, da tutta Italia, in 46, per 3 posti disponibili. Io fui uno di quei 3 che, tornando al proprio reparto di appartenenza, fu promosso al grado di "sergente" e giurò come sottufficiale; era il 21 agosto 1985.
Di facile ironia e invettiva se ne è sempre fatta e detta molta, ma la verità è scritta semplicemente sulla Bibbia: COMANDARE è SERVIRE. Con questo spirito ho SERVITO. Mi sono specializzato "Elettronico per le Telecomunicazioni" presso la Scuola Telecomunicazioni FF.AA. di Chiavari al termine di un corso (il 57°) durato 16 mesi, dopo una istruzione molto dura, soprattutto a livello tecnico.
Sono tornato al mio reparto di provenienza (Brigata Alpina) e non ho MAI dovuto usare mezzi coercitivi o punizioni con i miei uomini, è bastato fare in modo che essi mi potessero conoscere per ciò che ero. Io forse "ordinavo", ma loro mi obbedivano soprattutto perché mi volevano bene. Ne ero responsabile, non ho mai preteso nulla più di loro, mai rischiato meno di loro. Eravamo davvero una "squadra", una "minore unità", con tutte quelle diversità caratteriali che rendono splendida un'amalgama. Il segreto del mio successo con la materia denominata "governo del personale" è stato solo questo, ma da qualcuno era mal visto. E fu per questo che dovetti mandar giù qualche rospo, grazie a colleghi invidiosi... Quelli che fingono di non conoscere alcune delle frasi più belle del regolamento di disciplina militare: "L'ESEMPIO significa EDUCARE e GUIDARE con L'AZIONE".
Un sottufficiale (nella fattispecie un sergente) con diploma di scuola superiore era, almeno a quei tempi, una mosca bianca in un reparto. I colleghi sottufficiali lo guardavano con sospetto perché, almeno potenzialmente, poteva emergere dal "gregge" e superarli in prestigio. Gli ufficiali anche, perché pur avendo le credenziali per essere uno di loro, si contentava di essere un semplice sottufficiale. Ne nacque più di un dissapore, ma nulla degno di nota... La differenza è che un ufficiale comanda centinaia di uomini, senza poterli conoscere a fondo; ma un sottufficiale ne comanda un pugno, e li conosce benissimo. Sa bene cosa sono più portati a fare e non fare, uno per uno; può così cercare di assecondare i personali carismi, e attenuare i difetti, scegliendo l'UOMO in base al COMPITO. Non esistono soldati perfetti, ma semplicemente uomini con le loro individualità. L'ho imparato (non subito) a mie spese.
Poi, dopo 54 mesi di servizio, ho deciso di andarmene; i motivi sono molteplici, ma il più importante è che non avevo più gli stessi stimoli e la mia carriera era già lì, di fronte a me: un futuro da maresciallo, magari sovrappeso, in qualche magazzino di reparto, o in un ufficio di Brigata... Ho lasciato l'Esercito il 3 marzo 1989, la mia richiesta di dimissioni fu respinta due volte; alla terza, il comandante di Reparto accettò con rammarico. Ho avuto molte soddisfazioni, lettere di compiacimento ed encomi ufficiali, ma sarebbe stato sciocco mantenere quell'impiego, rimanere lì senza aver mai provato nient'altro: non era più il mio tempo. La cosa più preziosa che la vita militare mi ha dato, è l'avermi addestrato a RAGIONARE anche sotto PRESSIONE. E' un dono importantissimo.
Ho lasciato l'Esercito "da pazzo", cioè come solo uno scriteriato avrebbe potuto fare: senza avere di "scorta" un altro posto di lavoro. Il problema era che tutte le ditte presso le quali mi presentavo, o non mi volevano, oppure mi volevano subito, mentre io avevo un contratto annuale da rispettare. Alla fine ho deciso di inoltrare le mie dimissioni ugualmente, e poi la Provvidenza ci avrebbe pensato. E fu così. Due settimane prima del congedo, mi saltò fuori un posto di lavoro! Certe volte penso che sia stata fortuna, ma anche che allora ero più giovane e avevo più coraggio di rischiare... Bah, forse è proprio vero: chi osa vince. Fu in quel periodo che concretizzai il desiderio di mettermi a scrivere il primo romanzo.
Ora, militarmente parlando, sono un ufficiale commissario del Corpo Militare della Croce Rossa Italiana, col grado di sottotenente. Normalmente sono in congedo, anche se sono stato richiamato in servizio due volte (vedi foto), per complessivi due mesi. Ho avuto modo di operare in un ambiente decisamente delicato e poco convenzionale (i centri di permanenza temporanea per i clandestini), rendendomi conto di quanto è difficile fare i conti contemporaneamente con illegalità e dignità umana... Attualmente, riguardo a questo problema, non vedo ancora nessuna soluzione seria all'orizzonte. E forse non ci sarà mai.


dal sito personale dell'Autore


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